GENTE CHE FENDE L’ARIA CON LA MANO

ImmagineAlla fine non proprio fine ma verso la fine di una giornata che se è lunedi che palle è lunedì e se è venerdì per fortuna che è venerdì e se è martedì ma quanto manca al venerdì e se è domenica oddio domani è lunedì, una gran quantità di popolo si riversa a sopire quel discreto urlo di uno stomaco pre-cena, attraverso il rito dell’aperitivo.
La gran quantità di popolo fa sue le seguenti pietanze:
trancetti di pizza molto alta lasciata invecchiare quanto un buon Barolo; patatine di facili costumi lasciatesi accarezzare da tante mani provenienti da situazioni la maggior parte delle quali è meglio non immaginare; fusilli al pesto allentati e infreddoliti; peperoncini calabri che asfaltano l’esofago e costringono il veneto poco avvezzo al piccante a bere come un crucco in una birreria artigianale; arachidi della stessa pasta delle patatine solo ancora più mignotte; cilindretti di riso avvolto in alga abbracciante salmone che vorrebbero essere rappresentanti del sushi per quella sera; fette di salame rosso carminio che sconfina nella soppressa che sconfina nella mortazza che sconfina nell’asiago che sconfina nel grana in un tagliere rotondo che viene preso d’assalto più del sushi alla faccia dell’esotico. Il salame è sempre il salame.
Nel locale preposto al rito si sta tutti stretti, stretti, molto vicini gli uni agli altri e si punta come un bracco con un fagiano quell’angolo di bancone che viene liberato un secondo da uno che deve rispondere al telefono per aggiudicarsi l’ultimo trancetto di strana pizza.
La gran quantità di popolo osserva con sguardo da Terminator l’abbigliamento altrui: borse di Vuitton vere come i capelli di Totò Schillaci; tacchi 12 portati con involtura più che con
disinvoltura perché a ogni passo si rischia la futura risonanza magnetica alla caviglia; magliette attillate che si adagiano su virili maniglie dell’amore che diventano così portoni in ferro battuto dell’amore; camicie aperte con temperature da Cracovia di sera che lasciano fuoriuscire un pelo cerettato ma che resiste a questa dolorosa pratica rispuntando e facendo spendere la prossima settimana altri 15 euro.
Nel locale ormai affollato da quella gran quantità di popolo, la musica è quanto più lontano dalla musica si possa immaginare. Un ritmo regolare di bassi campionati e scorregge elettroniche sincopate accompagnano ogni 32 battute una variazione: il basso campionato smette in favore di una trombetta campionata. Le scorregge elettroniche rimangono. Funzionano.
Il volume consono ad una discoteca della riviera romagnola, meno a un bar di un paesino, inibisce qualsiasi conversazione che superi le 12 parole e soprattutto che non finisca con parole tronche in A, vocale che notoriamente risuona bene: “Dove si VA?” – “Stasera cosa si FA?” – “Eravate andati LA’?”- “Varda che SFIGA’ ” etc.
Io, in mezzo alla gran quantità di popolo, annuisco assolutamente a caso, sorrido salutando e agitando la manina e, nel profondo del mio cuore non comprendo perché debba tornare a casa afona per aver cercato di oltrepassare con la voce i 300 decibel dell’eruzione del vulcano Krakatoa, unico ad aver superato il tappeto non musicale delle scorregge elettroniche, solo per aver chiesto a uno: “Come VA? Ho visto tua sorella un po’ di tempo FA” – “Tutto bene, VA’. Mia sorella lavora ancora LA’ “.
A un certo punto, nel locale zeppo, una certa percentuale della gran quantità di popolo, con lo sguardo da “ho dimenticato i neuroni a casa vicino alla TV”, comincia a dimenarsi nelle maglie attillate ottenendo l’effetto di Superman con le coliche intestinali e a FENDERE L’ARIA CON LA MANO. Davvero. Prima in verticale, come se disegnasse un codice a barre nell’etere. E poi in orizzontale, come a segare un albero, o, nell’altro senso, come se stessero infornando continue pizze.
E’ davvero bello fendere l’aria con la mano, con un sottofondo di scorregge elettroniche, mangiando un rotolo di sedicente sushi e bevendo quantità di birra, che aiutano il portone in ferro battuto dell’amore ad adagiarsi nella maglia attillata, degne del finale di un’avventura di Asterix con tutti i Galli riuniti.
Uno della certa percentuale della gran quantità di popolo che fende l’aria con la mano, fendendo l’aria con la mano in senso orizzontale, cioè infornando continue pizze, ha urtato una caraffa della birra di Asterix che è andata a trovare il suo nuovo contenitore in uno posto più in basso. La mia borsa.
“Potevi mettere la borsa più in LA’ “.
Il fenditore d’aria dunque non prova PIETA’.
Ed io andando via perché prima o poi si VA, sapendo che la sua auto era proprio quella LA’, stretta nel cappotto e con la gonna di TAFFETA, ho estratto la mia chiave e alla fine OPLA’, sul fianco suo una scritta:
“questo non si FA”.
ALMANACCO dice:
Fatti non foste per fender l’aria come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza.
Se penso che a votare siete pure i benvenuti
mi viene da pensare che si potrìa far senza.

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CI SON PIU’ INVITI AD EVENTI IN FB, ORAZIO, DI QUANTI NON NE SOGNI LA VACCA DI TUA ZIA

Una delle meravigliose possibilità che offre il Facebook è quella di creare eventi. E’ bello, uno può sponsorizzare tra gli amici un evento. Un evento, per l’appunto.
Evento, ricordiamoci questa parola.
Ultimamente ricevo inviti di questo genere:

– “SABBIA DEL GATTO PARTY”
Descrizione:
Era solo per comunicarvi che il mio gattino ha imparato a fare la pipì nella lettiera e io sono felice! Ci prendiamo un aperitivo tutti insieme? Astenersi allergici pelo di gatto e poco amanti dei graffi.
A mezzanotte pisceremo tutti su una grande lettiera per solidarietà al gatto che nell’antico Egitto era una divinità.

– “VITA DI MIO NONNO SERGIO E MIO ZIO GIGI”
Descrizione:
Presentazione del mio libro, autopubblicato, autoinflitto, autolesionista che parla di me e della mia famiglia senza che io sia Gandhi o Madre Teresa di Calcutta e senza soprattutto che io sia Carlos Ruiz Zafon o Gabriel Garcia Marquez, ovvero che sappia scrivere. Embe’? Perché non può essere interessante la vita mia? Ne abbiamo fatto una tiratura di 250 copie. Mio figlio dice che è una tiratura ottimistica. Ma mio figlio è stronzo. Solo perché scrivo nel libro che l’ho sorpreso da ragazzino mentre si faceva una pippa con la foto di Cristina D’Avena.
Relatore: Franco Sgambato, il direttore dell’importante testata locale: “L’ocarina con la brina”, di cui io curo come sapete la rubrica di poesia “Disquisizioni sull’amore”.
A mezzanotte un pianista suonerà notturni di Chopin solo per soldi, si sentirà fuori luogo e tutti penseranno che Alessandro Manzoni non era proprio ‘no stronzo.

– “VITTI ‘NA CROZZA PARTY”
Descrizione:
Serata nel cuore di Palermo a casa di uno di cui non possiamo dire il nome in cui ascoltiamo tutti le canzoni di Rosa Balistreri cantate dalla figlia di Bernardo Provenzano che canta malissimo ma che ci ha fatto una proposta che non possiamo rifiutare.
A mezzanotte andiamo tutti nel bunker di papi perché forse han detto che proprio quella sera faranno una retata in cerca di latitanti. Ma dopo una settimana possiamo tornare tutti a casa. Mamma e zia nel frattempo passeranno le cibarie tramite un cestino di vimini in un tunnel segreto. Zia fa degli arancini spettacolari.

– “GARA DI RUTTI”
Descrizione:
perchè no se iera capìo dal titolo? Ospite d’onore Renzo Bossi che quando andava al college era campione di quidditch. Cioè riusciva a dire con un sol rutto 30 volte di fila la parola “quidditch”. A mezzanotte si canterà tutti insieme “se il mare fosse de tocio e i monti de poènta” dopo l’esibizione del gruppo folk: “I rutti stanno in gola i sogni non lo so”.

– “CORSO DI ALLATTAMENTO AL SENO”
Descrizione:
Pregasi portare seno. Il poppante lo portiamo noi.
A mezzanotte l’organizzatore per vedere se avete imparato vi succhierà una tetta a testa.

– “PRESENTAZIONE DEL SAGGIO: I LONGOBARDI E LE LORO USANZE ALLA LUCE DEI NUOVI STUDI COME SE VOI CONOSCESTE I VECCHI”
Descrizione:
Dai, vieni, anche se non hai mai pensato davvero intensamente ai Longobardi. Noi ci teniamo.
A mezzanotte, dopo che anche Camilleri si è sputtanato con il romanzo erotico, verranno letti alcuni sonetti lussuriosi originali dell’epoca, trovati per caso a Ravenna durante un rave party in riva al mare, sulle usanze sessuali dei Longobardi, nello specifico del re Desiderio, dal titolo: “Donna longobarda grande bernarda, donna romana grande fagiana”.

– “KARAOKE CON FRANCA E SIMONE”IN CAUSA CON LA DOCCIA CHE LI HA DENUNCIATI PER DISTURBO DELLA SUA QUIETE.
E CHE CAZZO E’ UN MOMENTO DI RELAX PER TE MA IO LAVORO”
Descrizione:
Partono gli spavaldi. Ovvero quelli che cantano sotto la doccia e che sono in causa con la doccia stessa.
Poi si aggiungono gli altri: persone che nella vita praticano anche professioni rispettabili le quali cominciano ad intonare “When a man loves a woman” di Michael Bolton pronunciandolo: “uinamanlavsawoma”, seguito dalla canzone di Titanic, da “Come saprei” di Giorgia e da “My all” di Mariah Carey. Poi a un certo punto un uomo e una donna si contenderanno agonisticamente il microfono senza mollarlo più a nessuno, neanche a quello che voleva solo cantare Albachiara in compagnia. Concluderanno sfiniti in armonia con “Vivo per lei”, in cui lei canterà male Giorgia e lui malissimo Bocelli trovandosi soli e male accompagnati.
Dove sono tutti? In terrazzino a fumare. Canne.

– “CORSO DI APERTURA CHAKRA SACRALE”
Descrizione:
Se anche tu senti ogni tanto un friccicore al culo potrebbero non essere emorroidi, potresti avere il chakra sacrale bloccato. Con la sola imposizione delle mani e, se sei carina, appoggiandoti abilmente anche qualcosa che non ti risulta ma che io, avendoti sapientemente inebriata con un incenso alla cannella, farò passare per una bacchetta sciamanica trovata durante l’ultimo mio viaggio nello Yucatan, ti sbloccherò questo blocco energetico e ti consiglierò di venire altre 10 volte.
Kundalini sia con te.
A mezzanotte facciamo tutti un cerchio dell’amore in cui balliamo su ritmi tribali e cantiamo per un’ora il mantra del vecchio guru Bobanda Marleyanda “No womanda no cryanda”.
Poi tutti in terrazzino a fumare. Canne.

– “RETROSPETTIVA SU TINTO BRASS”
Descrizione:
Il retro più che la spettiva vi farà rimanere contenti.
A mezzanotte ci spariamo “Monella”, “Paprika”, “Così fan tutte” con ospite Claudia Koll che parlerà sul tema: “Dall’orgia all’ostia. Tutto quello che volevate sapere sul sesso io l’ho fatto, tutto quello che volevate sapere sulla religione ci sto lavorando”.

– “A MEZZANOTTE SAI CHE IO TI PENSERO’”
Descrizione:
Non è un evento. Volevo solo fare sapere a tutti gli amici di FB (che già sanno tutto perché io ogni santo giorno scrivo in bacheca che l’amo, che la penso e buonanotte e ti amo più di quanto avessi scritto ieri) che io amo tanto la mia cucciolotta Katia e che a mezzanotte di domani, che è il nostro anniversario e lei si trova a Londra per l’Erasmus ormai da mesi, la chiamerò su skype in diretta Periscope!
Verosimilmente lei non si presenterà, fingerà problemi di connessione mentre si starà scopando l’inquilino fighissimo scandinavo che ti aveva detto chiamarsi Martha, che in svedese vuol dire Marcello.
Il giorno dopo ti scriverà in bacheca “Scusa amore, ieri sera ho studiato, ti amo tanto” e tu le risponderai con un cuoricino, così: ❤ .
Ma tutti gli amici di FB, che avranno intuito dalle foto in cui lei è stata taggata e che tu non puoi vedere che lei era ad una festa con Martha, capiranno e ti inviteranno compassionevoli a fumare con loro sul terrazzino. Canne.

ALMANACCO dice:
Via coll’evento:
“Vieni all’evento “Rhett Butler si taglia i baffi”?
Domani è un altro giorno.
Vedremo”.
No, domani non posso. Immagine

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PETITE MADELEINE

Il nonno mi cantava una canzone di Sergio Endrigo. Aveva occhi azzurri come il cielo quando sembra infinito e un paio di baffi da divo del cinema. La sua voce era quella di un ex-pugile che aveva fatto la guerra, era stato vinto e vincitore, era stato libero e prigioniero e, forse, aveva ammazzato di botte un soldato inglese che gli aveva quasi ucciso il fratello. La giustizia della guerra non è quella di Dio, né quella che immagini tu, piccola mia. Diceva che una donna altera e ironica gli aveva rubato il cuore e se l’era tenuto portandolo con sé quando se n’era andata per sempre. E a lui non dispiaceva affatto che lo tenesse lei.
Lei l’aveva aspettato scacciando per quasi dieci anni il ricorrente pensiero di non abbracciarlo mai più e ingoiando le lacrime della mancanza, quelle lacrime che scavano anche la roccia, che scavavano anche lei.
Non poteva credere lui, che era tornato senza mezzo dito e un pezzo di carbone nella carne, che aveva passato l’equatore per andare in Sudafrica a far lo schiavo e sentito la nebbia dell’Inghilterra nelle ossa che lo aveva fatto sentire per un attimo a casa, che aveva trattato in non si sa quale lingua con un arabo irriverente che calpestava ogni giorno passando col cammello il suo orgoglio di orto a Tobruk, che aveva guardato donne esotiche con la curiosità del maschio, sorridendo un attimo dopo e scuotendo la testa perché nessuna era come lei, che il cancro potesse consumare quella meraviglia, che potesse farla addormentare tra le sue braccia senza avere mai più la gioia dei suoi occhi al risveglio.
L’amore è eterno anche quando finisce. Ma solo per i più fortunati e coraggiosi, piccola mia.
“Nonno, io la nonna non l’ho mai vista” – “Anche lei non ti ha mai visto. Non si appartengono solo le cose che si vedono.” Non capivo tanto ma mi sembrava una risposta definitiva.
Quando il nonno andava a pescare con i suoi amici, la sigaretta sotto i baffi, un occhio semichiuso quando aspirava il fumo e il suo cappello a metà tra il signore elegante e il contrabbandiere, riascoltavo poi questa canzone distesa sul letto, con la certezza dell’eternità nei pensieri, sognando ad occhi aperti un amore così grande anche per me che mi facesse ballare con lo sguardo.
Nel mentre che l’amore grande ancora non era arrivato, la ballavo muovendo il piedino che sporgeva dal letto, nella solitudine gioiosa di chi è in partenza per l’avventura della vita.

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L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL PREFETTO

Io non sono una di quelle donne che sta necessariamente dalla parte delle donne. Non provo preventivamente quella solidarietà filouterina che si vorrebbe unisse esemplari della razza umana in possesso dello stesso apparato riproduttore. Un po’ perché l’utero in comune con le varie metà della mela degli altri esemplari della razza umana aventi per contro un apparato riproduttore un po’ più ridondante, ingombrante ed evidente all’esterno, ovvero gli uomini, al massimo mi fa pensare a queste cose:
– noi donne proviamo l’orgasmo allo stesso modo. CERTO. E poi scopri che c’è la multiorgasmica, figura mitologica tra leggenda e realtà; la “maquandomai” orgasmica particolarmente adatta agli amanti delle sfide o agli amanti bravi; la “solo da sola” orgasmica perché a volte lui sta giocando a Ruzzle e lasciamogliela vincere ‘na partita, no?; la “clitorgasmica” perché sennò che ce lo attaccavano a fare quel pezzetto; la “vibrorgasmica” perché lui a volte è via per lavoro e tante altre sottocategorie;
– noi donne ospitiamo futuri abitanti del pianeta in un comodo loft addominale prima di darli alla luce. CERTO. Ma anche qui i discendenti della stirpe sono tutti diversi a seconda del possessore dell’altra metà del corredo genetico gentilmente donato dopo una notte d’amore a volte con la consapevolezza di star compiendo un eventuale atto di creazione, altre volte con il fallimento del celebre salto di un fagianide, la quaglia, messa in mezzo a cose scabrose di cui lei non voleva sapere, già preoccupata di non finire al forno con le patate magari per errore scambiata per pernice. “Ho già una vita difficile. Mi cacciate e io scappo. Essere pure coinvolta nelle vostre incontinenze francamente mi pare troppo”;
– noi donne quattro volte in un mese siamo inagibili; incazzate col partner per questioni ormonali o per un semplice senso di ingiustizia per cui io sanguino e tu no e hai anche il coraggio di non portare fuori l’umido; sull’orlo dell’anemia; con un grande fastidio per non poter indossare pantaloni bianchi; con l’imbarazzo della scelta tra tamponi con cordino, ali con apertura alare di un gabbiano di dimensioni reali, ali che non si vedono ma ci sono, ali mortacci tua che mi hai preso quelli sbagliati e sembrano canotti, ma io sono un uomo e che cazzo vuol dire perché io quando compro i preservativi siccome sono una donna torno a casa forse con una scatola di Iodosan? CERTO. Ma anche qui c’è quella che in quei giorni sta malissimo, con le ovaie che fanno la danza degli All Blacks e deve assumere derivati dalla cannabis; quella che “non so cosa sia la sindrome premestruale” e in quei giorni ne approfitto che lui non mi rompe i coglioni per andare al cinema con le amiche, fare rafting con i colleghi, toelettare il cane e farmi studiare da un gruppo di ricercatori perché non è possibile; quella che a me durano sei minuti; quella che a me durano dieci giorni, come un viaggio alle Maldive e infatti proprio durante il viaggio alle Maldive prenotato un anno fa e che palle io vado in acqua lo stesso farà l’effetto visivo di una scena de Lo Squalo di Steven Spielberg amore che ti piaceva tanto.
Insomma ci sono affinità biologiche, ma non sufficienti da farmi prendere spontaneamente posizioni di simpatia preventiva per “comunione di mestruazione”. Diciamo che valuto caso per caso. Come per gli uomini. La solidarietà, che a volte sconfina nell’affinità, la provo in egual misura e ben ripartita sia per la procreatrice coraggiosa, sopportatrice di ingiuste contrazioni, che per il provvidenziale spargitore di seme, a volte elargito in provetta con l’ausilio di letteratura porno, sopportatore di tante cose comunque tutte inferiori alle ingiuste contrazioni siamo onesti.
Ed è per tal ragione che quando vengo a sapere che l’ex-prefetto dell’Aquila, Giovanna Iurato, a occhio e croce donna, ride sulle sue finte lacrime versate sui luoghi del terribile terremoto, non solo non mi passa neanche per l’anticamera dell’anima la benché minima solidarietà di genere, ma non riesco nemmeno a comprendere certa stampa che considera un’aggravante il fatto che lei fosse donna. O che semplicemente lo sottolinea. Come se le donne, noi donne, fossimo geneticamente dotate di una sensibilità superiore. La miseria umana non ha nulla a che vedere col sesso. La sensibilità o la capacità di amore e compassione sono facoltà superiori che attraversano l’umanità intera, salvo aberrazioni. Come lei.
Come sia possibile recitare consapevolmente una pietosa sceneggiata di fronte alla morte di tante persone, di fronte alla distruzione di ciò che intere famiglie avevano costruito, di fronte alla profonda disperazione di chi rimane in vita avendo perso persone amate, ecco non lo so.
Se quello è un prefetto, allora forse il potere logora chi ce l’ha.
Perché quelli che il potere non ce l’avevano non depositavano simboliche corone di fiori davanti alla Casa dello Studente in favore di fotografo, con una calcolata messa in piega, compiacendosi poi con beffardo sorriso di lacrime amare al bisogno che neanche Meryl Streep; essi scavavano con la morte nel cuore in cerca di vita, sperando che quelli che il potere ce l’avevano li avrebbero, ognuno grazie al proprio ruolo, aiutati.
E invece lei, Giovanna, rideva. Pensava a come era venuta bene in tv. Credendo forse che la sua disumanità rimanesse impunita.
Ma le trame di un destino beffardo cui stringo idealmente la mano l’hanno sbugiardata per quello che è.
Il riso non abbonda solo sulla bocca degli stolti, spesso si sofferma anche su quella degli stronzi.

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CIOLLOSMARTFON

Come ebbi già modo di dire, a casa mia siamo tecnologicamente fermi ai tempi del celebre “Carlo Codega”, o, se preferite, del celeberrimo “me nòno in cariòla”, insomma, se Cristo si è fermato a Eboli, Steve Jobs si è fermato a Badia Polesine, precisamente a casa Chinaglia. Abbiamo televisori da museo dell’elettronica che non sono per niente piatti anzi hanno lo spessore di un dizionario Zanichelli, hanno la presa scart tenuta ferma con un rotoletto di cartone sennò si stacca e un decoder voluminoso che il suddetto museo dell’elettronica ci ha valutato quanto un Rembrandt.
Abbiamo Alice solo perché mia madre ha detto “sì” a cazzo al telefono all’operatore credendo si stesse parlando di una sua amica mentre faceva il baccalà alla vicentina, quindi distratta.
L’operatore di SKY, Marco, ci telefona tutti i giorni implorandoci di installarlo: “ve lo diamo gratis per sei anni, ve lo pago di tasca mia, vi vengo a tagliare il prato tutte le settimane e faccio anche una splendida manicure alle donne di casa. VI PREGO. Nella via vostra ce l’hanno tutti, non mi credono quando dicono che non riesco a venderlo. Ma non vi piace la TV?” – “Non particolarmente.” – “Ma…i film?” – “Quelli che danno van bene. Sennò ci sono i libri e il cinematografo.” – “Ma…tutti vogliono SKY..” – “No, tutti dicono I love you”. Da ieri non c’è più Marco al telefono, ma una certa Linda.
Non abbiamo l’home theatre, abbiamo solo orecchie attente; non abbiamo alta definizione, c’abbiamo la definizione da sola; non abbiamo la grattugia elettrica Ariete tanto io son Toro vaffanculo; non abbiamo l’asciugatrice, asciughiamo i panni al sole e alcuni sono lì dal ’90 perché li ho stesi io e mia madre, se non stendo come vuole lei, dice: “se te i metti cussì, no’ i se’ sugarà mai”. MAI, certo.
Ebbene, in questo clima da basso Medioevo, da qualche giorno mi è stato regalato LO SMARTPHONE. Lo Smartphone è un telefono, come suggerisce anche il nome, molto elegante, sottile come una Sottiletta fila e fondi l’orecchio mio, che ha scalzato il mio vecchio nonsmartphone, fedele servitore e testimone scomodo di tresche e segreti, con aria gelida e sprezzante. Lo Smartphone è un telefono, come suggerisce anche il nome, che del telefono ha solo il nome, come suggerisce anche il nome. Esso è un intrico di possibilità. Un labirinto di applicazioni che si scaricano da sole, che ti consigliano di scaricarle, che vogliono te e come hai fatto finora senza di loro, incredibile che tu abbia ancora amici. Esso è una voragine spazio-temporale che ti ruba minuti preziosi di vita e ti aiuta a perdere tempo qualora non ne avessi già sprecato abbastanza. Esso ti connette con tutto anche con quello che non avresti mai voluto sapere, ti scopre reti wi-fi a cui collegarti ogni sei passi, ti dice dove sei così tu puoi guardare le sue mappe e non il paesaggio che ti sta attorno. Esso ti fa suonare un pianoforte senza tasti e ti fa fotografare continuamente il cane. Esso impedisce qualsiasi forma di adulterio senza la consulenza di un tecnico informatico e la sua batteria dura meno dell’ultima volta che l’adulterio lo hai commesso. Col tecnico informatico.
EBBENE io possiedo uno smartphone da qualche giorno e nell’ordine:
– ho chiamato persone che non sentivo da anni fingendo reale interesse per il loro stato di salute, quando invece mi erano partite chiamate da Viber a cazzo perché il touch-screen si attiva solo sfiorandolo con l’idea dell’epidermide, roba che manco a una geisha. “Ehm…adesso che ho Viber ho pensato di sapere come stavi visto che non spendo un cazzo.” Silenzio. “Non che tu non li valessi eventualmente quei soldi”. Zut;
– ho litigato furiosamente con il mio uomo a causa di Whatsapp, un’applicazione che meriterebbe di essere citata da Dante nell’Inferno. Whatsapp ha separato coppie che si erano giurate amore eterno con le lacrime agli occhi, Whatsapp ha fatto sbraitare gente col timbro di voce della Palombelli. Whatsapp ha rovinato interi servizi di porcellana, perché Whatsapp ti fornisce un’informazione che non vorresti mai sapere: L’ULTIMA VOLTA CHE UNO HA APERTO WHATSAPP. “Che cazzo ci facevi alle tre di notte su Whatsapp che ci siamo salutati alle undici?” – “Mi sono addormentato sul divano e ho sfiorato con l’idea dell’epidermide lo schermo…” – “TU MENTI! Chi è quella puttana?” – “Ma perché a te possono scappare chiamate e io non posso aprire casualmente…” – “STAI ZITTO! Porco!”. Poi, chiedendo al tecnico informatico tanto bravo a fare tante cose, scopri che la perversa applicazione dice l’orario dell’ultima volta che uno ha anche solo formulato il pensiero di aprire Whatsapp. E tutto si risolve con una memorabile chiavata per fare pace. Prima col tecnico informatico. Che non si sa mai. Per portarsi avanti sull’adulterio. Poi col tuo uomo che disinstalla Whatsapp davanti ai tuoi occhi e si fa tatuare sulle natiche: “l’ultima volta che sono entrato in Whatsapp era per dirti che ti amo”;
– sono stata assalita da un attacco di panico scegliendo le ICONE di Whatsapp. Io sapevo queste facce: allegra, triste, tanto allegra, pianto, cuore. BASTA. Su Whatsapp ce ne sono 6.378.231. Ci sono panda, facoceri, triceratopi, gigli, espressioni che non saprei neanche riprodurre con la mia di faccia, bandiere, edifici, stelle, roba colorata con forme da Biennale di Venezia. Io sono stata 2 ore e tre quarti a sceglierne una. Ho dovuto assumere un Ansiolin, chiudere gli occhi e toccare a caso, come il dito sul mappamondo. E’ uscito il facocero sotto: “il posto della mia pelle è sopra la tua pelle”;
– mi sono affidata all’ipnosi per dimenticare il WHISTLE, il suono del flautino che avevo scelto per le notifiche, perché c’erano più WHISTLE in un giorno che respiri. Mi viene notificato di tutto: mail, tweet, messaggi privati, messaggi pubblici, sms, ricette preferite, sveglie, promemoria, foursquare, instagram, foto in montagna degli amici.
Tutti mi raggiungono. Posso dire tutto a tutti. Ma…non ho il tempo di formulare i pensieri, so COME dirtelo e non so COSA dirti.
Nel dubbio, ti mando un facocero.
Metto lo smartphone in carica a tre camere da dove mi trovo io. Sento un WHISTLE in sottofondo. Lo scaccio col pensiero. In un angolino, là, il mio vecchio nonsmartphone mi guarda. Beffardo, sornione. Gli manca la parola. Anzi, giuro, che come in un sussurro ho avvertito distintamente:
“Il tempo è un apostrofo rosa tra le parole sm’artphone”.

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ODE AL GATTO ATTACCATO AI MARONI DI FACEBOOK

O tu che ti dimentichi che la bacheca è mia
che io non son tua madre, sorella, nonna o zia,
s’io voglio pubblicare la guida al miglior peto,
oppur della Fallaci la storia sua o di un feto,
magari una storiella che a te pare bislacca,
o ancora un bel pamphlet sul capello senza lacca,
ti vorrei ricordare che il mondo è assai contento
anche senza la gioia di un tuo pronto commento,
difatti la bacheca è pur sempre di Cristina,
non mi par ci sia scritto che è pubblica latrina.
Ma tu che ami in fondo stracciar gli altrui coglioni
(forse perché altrove non hai soddisfazioni),
s’io scrivo che amo i gatti, per te trascuro i cani
s’io scrivo pensa all’oggi, tu dici: “ebben, domani?”,
se mostro le mie terga, “costei è ‘na gran mignotta”
se scrivo credo in Dio, “ecco un’altra bigotta”,
dimmi perché mai non fai un corso di pittura,
di canottaggio, trekking o di buona frittura?
Ti giuro posso anche un po’ contribuire,
sarebber spese bene le proverbiali lire,
purché ti trovi un modo per impiegar le ore
ti farei anche dare a casa mia il colore,
fai pure tutti i muri, case, vicoli e palazzi,
io, inver, mi stuferei di far sempre il cacacazzi.
Per carità talvolta si può far discussione,
però con ironia o almen educazione;
anche perché poi viene a me la tentazione
di fare io il gatto appeso al suo marone.
Così vado in bacheca, controllo, sbircio, guardo…
e divento un soriano se prima ero un leopardo:
tra un link sgrammaticato e una frase di “Coello”,
la foto di una figa che era per tuo fratello,
c’è scritto “tutti a casa” con poca convinzione
e “aspettavamo te per far la rivoluzione”,
di sotto una linguaccia di un virtual amicone
che poi sotto commenta: “stavo a scherza’, coglione!”.
E allora lì comprendo, ti lascio fare il gatto,
ce n’hai un po’ di bisogno, da oggi me ne sbatto.
Solo ogni tanto pensa per ritornare al via
che non sono tua madre, sorella, nonna o zia.

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IL NATALE SIAMO NOI. NESSUNO SI SENTA ESCLUSO.

A casa mia il Natale è il momento dell’anno in cui si respira più incazzatura, rodimento di culo, tensione mista a brutti istinti.
MIO PADRE: Mio padre è costretto ogni anno a sottostare agli ordini di mia madre che il giorno di Natale e quello prima diventa improvvisamente una donna con mestruazioni, menopausa, mal di testa, gastrite, jet-lag e tutte le cause mondiali per cui una persona può diventare nervosa sopra ogni cosa.
Diventa un gerarca nazista, Toscanini e un pitbull tutto in una botta sola. Lo manda a prendere tortellini in brodo, brodo “ma lo fai tu il brodo col cappone”, NON DISCUTERE E ALLORA PORTAMI IL CAPPONE VIVO PERDIO CHE LO AMMAZZO IO CON UNA BADILATA!!!, cotechini, faraone, frutta di tutte le latitudini “metti che qualcuno voja magnare fragole” – “se vuole le fragole s’attacca al cazzo” – NON DISCUTERE PORTAMI FRAGOLE, ANANAS, MANGO, MARACUJA E LIME PORCA PUTTANA!!!, lasagna, sfogliavelo e sfogliagrezza che fa pendant col porca puttana di prima, ‘nduja “ma non siamo mica in Calabria” – NON DISCUTERE SENNO’ IO NON STIRO PIU’, NON LAVO PIU’, NON PARLO PIU’, NON FACCIO PIU’ LA FARAONA E INSOMMA PIU’!
Mio padre non solo deve andare a prendere tutto quello che vuole lei ma deve andarci QUANDO vuole lei. Se lui stava mandando via 700 mail di lavoro, se stava salvando il mondo, se stava trapiantando il cuore a uno, se stava tagliando il prato, se stava comprando un biglietto per andare in Angola ad aiutare i bimbi poveri, DEVE lasciare tutto perché nulla è più importante delle fragole, del maracuja e della ‘nduja. Le mail aspettano tanto chi vuoi che stia davanti al computer alla vigilia solo ti, il mondo è già bello che a puttane senza che ci pensi tu alla vigilia, il cuore lo conserva lei in freezer, il prato lo lasciamo tipo cerchi nel grano di presunti UFO che così sbagliano campo e che i vaga in mona anca lori, i bimbi poveri in Angola li invitiamo qua quindi aggiungici del pane alla lista.
MIA MADRE: E’ l’indiscussa regina di questo grave clima di tensione. Invita tutti i parenti di ogni ordine e grado a casa nostra i quali non sanno che noi, i viventi sotto il suo stesso tetto, finché non arrivano facciamo un percorso psicanalitico, passiamo la notte a fare yoga, ci rifugiamo in chiesa a mezzanotte perché farà pur bene all’anima, per poter sopravvivere. Da quando ufficializza l’invito lei diventa Benedetta Parodi ma con lo spirito di Ignazio La Russa. La possibilità che il pasticcio di carne non sia perfetto l’atterrisce più delle teorie che paventavano la fine del mondo, il numero di cotechini sembra un calcolo matematico impossibile perché qualcuno potrebbe volerne tante fette e se poi tutti ne vogliono tante fette? Io azzardo un “ma non possiamo trucidare 2000 maiali perché tutti potrebbero volerne molte fette. Estraiamo dell’ottimo formaggio Asiago, in fondo dopo l’antipasto e il primo…” TACI TU CHE HAI BRUCIATO IL CIOBAR. Siccome è vero mi chiudo in studio e lavoro, seguita dal cane che sta compilando un modulo per andare in canile per qualche giorno.
La sventura poi vuole che ella abbia un lievissimo inizio di raffreddore che per lei si trasforma in una tisi con polmonite e possibile pleurite: “questa non ci voleva, non ci voleva, non ci voleva” – ripete a mo’ di mantra come se le fosse successa chissà quale cosa terribile.
“Madre è solo un po’ di raffreddore…” – TACI TU CHE HAI BRUCIATO IL CIOBAR. Il cane mi guarda come a dire: “te l’avevo detto, cazzo” e fa la fotocopia del microchip che serve per l’ammissione in canile, vaccini etc.
Al secondo starnuto che in verità potrebbe anche essere solo espressione artistica del naso, ella ha già schierato sul tavolo:
Tachipirina, Zerinol, Fluimucil, Bentelan, Moment, Tachifludec, Vicks Vaporub e un beverone semi-illegale che le ha passato il medico e che le ha detto che ad Alex Schwazer faceva passare tutto.
Prende ogni ora una pastiglia diversa, tipo roulette russa.
“Ma…madre…la Tachipirina…non hai la febbre” – MA POTREBBE VENIRMI.
“Ma…madre…il Bentelan…non hai la polmonite” – MA POTREBBE VENIRMI.
“Ma…madre…il Momenti…non hai il mal di testa” – MA POTREBBE VENIRMI.
Appena parto con un’arringa appassionata contro questa pratica barbara e insensata del farmaco preventivo, il cane abbaia convulsamente apposta, scopro poi, per allontanarmi dalla scena del crimine come a dire “non ci sono gatti o ladri in giardino, cretina, io lo faccio per te, vuoi far scattare il casus belli?”.
Imbottita di farmaci che scatenano le proteste del suo sistema immunitario che per l’occasione fa sciopero: “voglio il diritto di agire, cazzo! Non mi si può sostituire così! Io ho i miei tempi ma arrivo in soccorso. Se non ci si fida più della mia risposta allora fate voi che sapete tutto, io adesso abbasso le difese”, ella nell’ordine: pulisce tutta casa che vien zente, lava i piumoni che vien zente, passa tutti i piatti e i bicchieri anche quelli che non useremo mai che vien zente, solleva con un dito i divani e ci passa sotto l’aspirapolvere che vien zente.
MIA SORELLA: Arriva piena di pacchettini tutta contenta e felice fischiettando White Christmas perché abita altrove.
IL MIO CANE: Spodestato da tutti i suoi abituali posti perché “ghè pien de pelo de can”, dopo essere andato dal barbiere a farsi rasare così cazzo non mi si potrà dire niente sul pelo, dopo aver compilato i moduli per il canile, si arrocca davanti a ciotola per cibo e ciotola per acqua e lì rimane per difendere la sua postazione. “Va ben tutto ma cambiarmi anche la postazione di ristoro no ahn?”.
L’ALBERO DI NATALE: Quest’anno è un acero di Natale. Si vergogna egli stesso. Mi guarda come a dire: “io ero un acero. Se volevo essere addobbato nascevo abete, no?”. E’ un albero di Natale informe. Sembra una scultura da Biennale di Venezia. Mia madre, senza ascoltare nessuno, lo ha addobbato di blu e bianco. Praticamente i colori sociali dell’assicurazione a due case dalla mia. Sono già venuti dei clienti i giorni scorsi che volevano stipulare polizze. A uno ho assicurato la casa contro furto e incendio perché pareva proprio convinto. Noi, che avevamo sempre coglionato tutti quelli che facevano il cacaro di Natale, il pioppo di Natale, il mandorlo di Natale e non l’abete, quest’anno stiamo zitti perché sappiamo. Oggi a te, domani a me.
IO: Devo comprare un regalo, l’unico che farò. Non ho tempo. Vado al centro commerciale e mi si intristisce l’anima.
Commesse con cappelli storti di Babbo Natale in testa o corna pelose di renne impacchettano tristemente cose per la maggior parte inutili in pacchetti fucsia, che non è esattamente il colore di Natale ma è molto fashion, con l’aria di chi sta pensando ad altro: “il mio fidanzato mi ha tradita che faccio?”- “forse non mi rinnovano il contratto che faccio?” – “l’asilo è troppo caro che faccio?”. Niente. Rimandiamo tutto a dopo Natale.
Finché Jingle bells suona in diffusione in sottofondo e un bambino riceve uno scappellotto dalla madre innervosita dai capricci penso a Stefano. Al santo.
Santo Stefano pensaci tu.

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