PETITE MADELEINE

Il nonno mi cantava una canzone di Sergio Endrigo. Aveva occhi azzurri come il cielo quando sembra infinito e un paio di baffi da divo del cinema. La sua voce era quella di un ex-pugile che aveva fatto la guerra, era stato vinto e vincitore, era stato libero e prigioniero e, forse, aveva ammazzato di botte un soldato inglese che gli aveva quasi ucciso il fratello. La giustizia della guerra non è quella di Dio, né quella che immagini tu, piccola mia. Diceva che una donna altera e ironica gli aveva rubato il cuore e se l’era tenuto portandolo con sé quando se n’era andata per sempre. E a lui non dispiaceva affatto che lo tenesse lei.
Lei l’aveva aspettato scacciando per quasi dieci anni il ricorrente pensiero di non abbracciarlo mai più e ingoiando le lacrime della mancanza, quelle lacrime che scavano anche la roccia, che scavavano anche lei.
Non poteva credere lui, che era tornato senza mezzo dito e un pezzo di carbone nella carne, che aveva passato l’equatore per andare in Sudafrica a far lo schiavo e sentito la nebbia dell’Inghilterra nelle ossa che lo aveva fatto sentire per un attimo a casa, che aveva trattato in non si sa quale lingua con un arabo irriverente che calpestava ogni giorno passando col cammello il suo orgoglio di orto a Tobruk, che aveva guardato donne esotiche con la curiosità del maschio, sorridendo un attimo dopo e scuotendo la testa perché nessuna era come lei, che il cancro potesse consumare quella meraviglia, che potesse farla addormentare tra le sue braccia senza avere mai più la gioia dei suoi occhi al risveglio.
L’amore è eterno anche quando finisce. Ma solo per i più fortunati e coraggiosi, piccola mia.
“Nonno, io la nonna non l’ho mai vista” – “Anche lei non ti ha mai visto. Non si appartengono solo le cose che si vedono.” Non capivo tanto ma mi sembrava una risposta definitiva.
Quando il nonno andava a pescare con i suoi amici, la sigaretta sotto i baffi, un occhio semichiuso quando aspirava il fumo e il suo cappello a metà tra il signore elegante e il contrabbandiere, riascoltavo poi questa canzone distesa sul letto, con la certezza dell’eternità nei pensieri, sognando ad occhi aperti un amore così grande anche per me che mi facesse ballare con lo sguardo.
Nel mentre che l’amore grande ancora non era arrivato, la ballavo muovendo il piedino che sporgeva dal letto, nella solitudine gioiosa di chi è in partenza per l’avventura della vita.

uomo_di_spalle

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Informazioni su cristinachinaglia

Recito a teatro, scrivo sul sofà.
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