IL PICCOLO PRINCIPE

Insomma c’è un principe che ha come caratteristica principale quella di essere piccolo. E biondo. Più precisamente coi capelli color del grano. Va precisato perché il colore del grano è il guadagno della volpe:
“L’unico guadagno che ci ho. Buttalo via”.
Prima del piccolo principe c’è un aviatore tanto bravo che precipita subito nel deserto del Sahara. E’ un aviatore molto fortunato. Come gli UFO. Che atterrano sempre in mezzo al nulla più sterminato: in Arizona, nel Kalahari, mai che precipitino davanti al duomo di Milano, in piazza San Pietro, che, se si schiva l’obelisco centrale, è pure accogliente e ampia per un’eventuale astronave, piena di punti di ristoro attorno per turisti dove mangiare un gelato, bersi una cosetta, farse du’ spaghi, a prezzi non modici magari ma, una volta che vieni sulla Terra non starai mica lì a guardare i 2 euro.
L’aviatore molto fortunato incontra il piccolo principe nel deserto un po’ meno deserto del solito del Sahara. Il piccolo principe gli chiede di disegnargli una pecora.
Ora, a voler scrivere un racconto per ragazzi e fanciulli, non è che si parta benissimo con una pecora. Perché, se l’occhio un poco ingenuo del fanciullo può non pensare niente, l’occhio del genitore del fanciullo non pensa proprio subito all’ovino.
“Fammi un po’ leggere questo racconto. Poi te lo do” –
“Ma è per i piccoli. Me l’ha regalato nonno” –
“Ecco. Proprio perché te l’ha regalato nonno. Fammi controllare un attimo” –
Riconsegnato il volume al fanciullo, egli qualcosa comincia a sospettare: “oh, se babbo lo controlla vorrà dire che pensa che ci sarà qualche scena di sesso”, così vuole proprio andare fino in fondo.
Comunque non solo il genitore del fanciullo, anche l’aviatore lì per lì associa:
“Una pecora, caro? Mi sembri piccolo. Va’, che io già son precipitato in mezzo al deserto come un UFO, non mi far pensare anche a pecore varie…”
Il piccolo principe pensa che il deserto un po’ meno deserto del Sahara sia popolato di gente un po’ fissata:
“Oh, tutti a rimanere sconcertati da ‘sta pecora. Va beh. Allora niente pecore, per carità…un triceratopo?”.
Il piccolo principe, qual gatto aggrappato ai maroni dell’aviatore, non smette di parlare un secondo, tipo le opinioniste di Uomini e Donne, mentre l’aviatore, sempre più fortunato, cerca di aggiustare l’aereo schiantatosi poco prima del fortunato incontro.
Il piccolo principe racconta che viene da un asteroide di cui, appunto, è principe, abitato da lui, tre vulcani e una rosa amica sua, un po’ tignosa inizialmente come rosa, ma adesso no: si amano e si curano.
“Bello. Tu, tre vulcani e una rosa. Ci si diverte come al Cocoricò in quell’asteroide, eh?” –
“Non capisci. La mia rosa è unica al mondo e…” – Bla, bla, bla.
Due ore e mezza di discorso pesantissimo, ammantato di cosmico e universale, sulla storia della rosa diversa da tutti gli altri milioni di rose.
“Ascolta, caro” – interviene l’aviatore – “all’inizio la rosa sembra sempre unica, bella, brava a letto, simpatica, interessante. Aspetta un qualche annetto e poi mi dici se non pensi di buttarti su una qualche viola”.
Il piccolo principe non capisce.
“Sull’asteroide non ci sono viole. Solo vulcani” –
“Vedrai che ti fai andar bene anche un vulcano”.
Al piccolo principe l’aviatore ricordava vagamente, non si sa come, suo nonno.
“Comunque” – riprende il piccolo principe mentre l’aviatore vorrebbe impiccarsi – “il mio asteroide si chiama B612. Mi serviva la pecora per mangiare gli arbusti che sennò crescono attorno alla rosa e su tutto il pianeta e….” – Bla, bla, bla. Ancora sei ore e mezza di racconto.
L’aviatore prega il Signore di prenderlo con sé. E’ ora.
“Per favore, Iddio, se devi farmi sopravvivere per farmi sentire la storia di un finto principe -perché, grazie al cavolo, c’è solo lui in quel pianeta, anch’io ero Emanuele Filiberto se ero l’unico abitante dell’Italia insieme al Vesuvio, all’Etna, a Stromboli e a un crisantemo- che abita in un asteroide che si chiama come una vitamina, che ha bisogno di pecore per la rosa, che non ho capito se è una metafora profonda o se mi sta prendendo per il culo e, sinceramente, propendo per la seconda, che girando ha trovato gente strana: un re acido; un ossessivo-compulsivo che accende e spegne lampioni tutto convinto; uno che crede che le stelle siano sue, roba già vista peraltro con Totò che vendeva la fontana di Trevi; uno ubriaco come neanche il cantante dei Pogues nelle sue migliori serate e un vanitoso che avrà fatto voto di umiltà dopo aver conosciuto ‘sto qua; se dev’essere così, voglio morire qua, nel deserto, pensando alla Rosa e alla pecora”.
“Cosa fai? Non mi ascolti?” – incalza il piccolo principe.
“Signore. ti prego, non bevo più caffè per sempre, semprissimo, giuro, ma fa’ venire una tempesta di sabbia. Disperdici nel nulla. Allontanaci con una folata di forte vento” –
“Finché, giunto sulla Terra, non ho incontrato un serpente” – continua il piccolo principe.
“Cobra?” – silenzio.
“Non so. Forse sì” –
“Il cobra non è un serpente. E’ un pensiero frequente che diventa indecente. Quando vedo te. Quando vedo te. Quando vedo te” – profondissimo silenzio. L’aviatore implora piagnucolando:
“Ecco, vedi Signore? Faccio anche battute da Premiata Ditta, cospargici di intemperie. Dacci fuoco in una rara fatalità di autocombustione” .
“Dopo il serpente non so se cobra, ho incontrato un fiore” –
“Una rosa blu?” – silenzio.
“No. Perché?” –
“No perché…una rosa blu non va più via” – subito, ripiagnucolando: “Ok, Signore la pianto con le battute, ma Tu fa’ venire il terremoto del millennio, facci investire da una carovana di cammelli infoiati, pungici con uno scorpione rarissimo la cui puntura rende provvidenzialmente muti” –
“E alla fine ho incontrato una volpe” – sentenzia con solennità il piccolo principe.
“E l’uva?” – silenzio.
“Senza uva. Perché?” –
“No, niente…Signore, va bene anche un’onda anomalissima, essendo nel deserto…” – borbotta l’aviatore.
Bla, bla, bla. E via altre sette ore e tre quarti di racconto del principe e della volpe.
“BASTA, BASTA!!!” – impazzisce l’aviatore. Il piccolo principe si ammutolisce.
“Porca puttana, ma neanche in un film di Woody Allen viene sviscerato un rapporto personale così nei dettagli! Che poi una donna si può anche sopportarla anche se ogni tanto ti scioglie nell’acido la pazienza: “e non vieni mai alla stessa ora, ci vogliono i riti, mi preparavo il cuore, addomesticami, mi sento confusa, non mi voglio sentire legata, esco da una storia di sei anni con un giglio, e se poi scopiamo e non ci troviamo non voglio rovinare tutto, meglio se ci amiamo ognuno con i propri spazi… MA UNA VOLPE NO! Mandala a quel paese, perdio! Mandala in Inghilterra che è pieno di volpi adesso che si caccia meno, cambia volpe, passa al visone, ma falla finita!” –
Il piccolo principe rimane in silenzio.
“Non sei tanto sensibile. Di fronte a una che ci guadagna solo il colore del grano mentre oggi c’è gente che se non garantisci auto, telefonino, 1800 € al mese e tredicesima non si muove neanche…” –
“Ho capito. E’ una brava volpe. Candidiamola alla presidenza del Consiglio, allora. Cosa vuoi che ti dica?” –
“Tu non capisci. Non vedi. Eppure…forse anche tu…ricordati che l’essenziale è invisibile agli occhi” –
“Sì, lo sanno tutti. Questa frase è dappertutto: sui segnalibri, sulle tazze da tè, a casa di una con cui sono stato era anche dipinta in salotto…” –
“La prima a dirla è stata la mia volpe” –
“Va beh…tutti che vogliono il primato degli aforismi, invece è roba già sentita…dai, come quando attribuiscono a Shakespeare “daje de tacco, daje de punta quanto è bòna la sora Assunta”, dai, non mi far dire…”-
“L’ha detta lei e nessun altro prima di lei!” – si impunta il piccolo principe.
“Va beh, il mio cane Lucky prima che mi schiantassi quaggiù mi aveva detto che il silenzio è d’oro, quindi per oggi si fa come dice il cane Lucky e domani facciamo che l’essenziale non si vede come dice la volpe, ok?” –
“Non si vede bene che col cuore…” –
“E avanti…”.
Per quella sera fecero come aveva detto il cane Lucky.
L’aviatore tirò così un sospiro di sollievo e, già che c’era, si fece una canna. “Porto sempre un po’ di fumo con me. Per casi come questo”.
Entrambi si addormentarono, esausti.
Quando si svegliarono, si accorsero che le scorte d’acqua erano finite e l’aviatore non era ancora riuscito a riparare il guasto all’aeroplano.
“Per forza! Se invece di parlarmi di volpi, cazzi e mazzi mi lasciavi lavorare concentrato, magari…” – si arrabbia l’aviatore.
“Mamma che pigna che sei!” – si arrabbia a quel punto anche il piccolo principe – “andiamo a cercare acqua, la troveremo cavolo!” –
“Non siamo a Riccione, siamo nel deserto del Sahara, non è così scontato. Sennò ci sarebbero ruscelletti, cascatine, montagne verdi e le corse di una bambina” –
“Ricorda che l’essenziale….” –
“Sì, sì, sarà anche invisibile. Ma bevila tu l’acqua invisibile e vediamo se ti passa la sete” –
“Pigna” –
“Stupido” –
“Pigna” –
“Stupido” –
“Pigna” –
“Stupido” –
“Suora tua” –
“No, tua” –
“Tua” –
“Tua” .
Improvvisamente, davanti ai loro occhi: un pozzo!
“Ma vieni!!!!”. L’aviatore, al colmo della gioia, abbraccia l’unico che c’è anche se è il piccolo principe: “facciamo il trenino! Facciamo il trenino! A E I O U Y. Brigitte Bardot Bardot!”.
Il piccolo principe si sciocca e si scoccia.
“Va beh. basta. Vado a casa” – silenzio.
“Ah…sì?” –
“Sì.”
“E come faresti che siamo in mezzo al deserto con l’aereo rotto?” – chiede l’aviatore.
“Non ti preoccupare. Mi arrangio.”
Giunge il serpente dell’inizio.
“Non sei un cobra!” – esclama l’aviatore.
“No, infatti. Perché? Problemi?” – risponde il serpente non cobra.
“No. Perché sennò saresti un pensiero frequente, che diventa…va beh, non importa, una roba di prima”.
“Mi raccomando, non ti dispiacere neanche un po’ che me ne vado, per carità…” – chiede il piccolo principe facendo ora anche un po’ di tenerezza all’aviatore, la stessa che ti fanno i parenti che se ne vanno dopo che però sono stati a casa tua una settimana occupandoti il bagno proprio quando serviva.
“No, beh…alla fine un po’ mi dispiace” – mente l’aviatore, quasi con le lacrime agli occhi, posseduto improvvisamente da Marlon Brando.
“Meno male. Pensavo fossi un arido” –
“Io? Arido? Ma no…a che ora ce l’hai la coincidenza per la vitamina B12?” –
“Ecco” – si deluse il piccolo principe.
“Ma no…lo dico per te…la rosa magari è là che aspetta la pecora e…” –
“Ah! Allora mi hai ascoltato!” –
(“Avevo scelta?” pensa l’aviatore).
“Addio” – si avvia alla conclusione l’aviatore.
“Addio” – risponde il piccolo principe titubante – “ricorda che l’essenziale…” –
“Sì, sì, non lascia tracce, non si vede proprio, a meno che non usi il cuore e allora…insomma ho capito…ciao, eh?”.
E così il piccolo principe tornò dalla sua rosa; l’aviatore divenne muto per la puntura di uno scorpione rarissimo che rende provvidenzialmente muti, che era arrivato in ritardo e sbagliando persona; la volpe aspettò il piccolo principe, smadonnando perché i riti ormai non li rispetta nessuno e il serpente finì il fumo dell’aviatore concludendo che lui, nel Sahara, un tramonto così non l’aveva visto mai.
E vissero tutti come tutti si vive: ogni tanto contenti e ogni tanto no.

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LA MASCHERA DI FERRO

Rimbalzo facendo zapping, su un film che ho visto e rivisto molte volte: “La maschera di ferro”. Non so perché, è come “Vento di passioni”: quando lo ridanno in tv è sicuro che io quella sera sarò sul sofà. Non che mi dispiaccia, beninteso, Brad Pitt mezzo nudo che cavalca cavalli, lotta con orsi, scopa da dio e fa l’uomo selvaggio che non si lava.
Decido comunque di rivederlo per assecondare queste sottili trame karmiche che mi associano a D’Artagnan e altra gente con spade, mustacchi e calzamaglie imbarazzanti che però all’epoca spaccavano.
Dunque, c’è un re piuttosto celebre: Louis XIV, che assomiglia in maniera impressionante a Leonardo Di Caprio.
Luigi è un re che incarna in sé tutte le caratteristiche peggiori dell’uomo. Ma proprio tutte, cioè non fa neanche mezza buona azione.
Non gliene frega niente del popolo: “non hanno pane? Non l’avranno neanche nel 2015, che si rassegnino e mangino i muffin”; tratta la regina sua madre come quelli che maltrattano gli anziani negli ospizi; si scopa tante donne non amandone nessuna, le usa e le getta tipo i Kleenex all”aloe; rompe i maroni ai potatori della reggia di Versailles: “ma…vi pare il modo di tagliare il glicine? VI PARE IL MODO? Il glicine va tagliato a formare simmetrie con l’edera”, scheccando terribilmente e guadagnandosi, tra risatine generali dei potatori, il soprannome di “signorina Luigina”; manda a morire in guerra il fidanzato di una donna che vuole tantissimo conquistare e se la chiava senza rimorso; tratta la servitù come i personal shopper in Real Time trattano la gente che si veste male e non mette neanche il caffè nel latte per fare un dispetto al latte che col caffè è la morte sua.
Insomma Luigi è cattivo, cattivissimo.
Ora, siccome i Gesuiti, che davano una mano al popolo, gli mettono giustamente i bastoni tra le ruote, Luigi, per scovare il capo dei Gesuiti, convoca un ex-moschettiere, Aramis, che si è dato alla vita ecclesiastica – “Andate tutti in mona, io mi ritiro”.
Aramis accetta la sfida e chiama gli altri suoi amici moschettieri per dargli una mano. I tre moschettieri più D’Artagnan si ritrovano in cerchio:
“Uno per tutti?” –
“Tutti” – dice subito D’Artagnan.
Silenzio.
“Va beh, D’Artagnan, non è un calcolo matematico, sarebbe un motto. Uno per tutti?” –
“Tutti per uno.” –
Silenzio. D’Artagnan riprende:
“Sì va beh, però farebbe TUTTI. Se vogliamo dire tutti per uno, come i pappagalli, diciamo tutti per uno, ma ad essere precisi…”.
Tramortiscono D’Artagnan un attimo perché sanno che poi va avanti mezz’ora e nel mentre Aramis rivela:
“oh ragazzi, non ci crederete! Il capo dei Gesuiti sono io!” –
“Ma va’ in mona…” –
“Non posso, sono un frate adesso” –
D’Artagnan si riprende:
“Ma si intendeva andare in mona in senso figurato perché semanticamente…” –
“BASTA D’ARTAGNAN!”
D’Artagnan scuote il capo e decide che non meritano il suo sapere.
Dopo lunghe riflessioni sul fatto che Luigi è un re francamente stronzo, Aramis lancia un’ideona: sostituirlo con il fratello gemello.
D’Artagnan è dubbioso.
“Ma gemello omozigote o eterozigote? Perché…ok, ok”.
Bisogna infatti sapere che la regina madre aveva avuto due gemelli omozigoti: Luigi, diventato XIV, e Filippo. Siccome però Luigi è lo stronzo che sappiamo, aveva fatto rinchiudere Filippo non si sa come in una prigione, obbligandolo a portare una maschera di ferro assurda che per carità preservava dalle rughe di espressione perché era impossibile muovere qualsiasi muscolo del viso ma, se uno non ha intenzione di diventare Lilli Gruber da grande, è fastidiosetta da portare.
“Dai, cazzo che storia! Liberiamolo!”- dice Porthos.
“Sì, anche perché era mio figlio quello che il re bastardo ha mandato a morire chiavandosi la sua fidanzata!” – dice Athos.
“Io vorrei…ma… non vi posso aiutare, dai, faccio parte della guardia del re. E’ conflitto d’interessi. E poi chi vi dice che Filippo non sia peggio di Luigi?” – dice D’Artagnan.
“Beh…peggio di Luigi solo Stalin, ma poi io lo conosco Filippo, è così buono che a volte sconfina nella coglionaggine” – chiarisce Aramis.
Filippo, dopo una vita passata in prigionia, viene così liberato senza l’aiuto di D’Artagnan e viene sostituito a Luigi durante una festa in maschera.
Se Luigi incarnava in sé tutte le caratteristiche peggiori dell’uomo, Filippo è l’esatto contrario: incarna in sé tutte le migliori caratteristiche dell’uomo.
Filippo ha una parola buona per tutti; aiuta le vecchiette a passare la strada; osserva D’Artagnan e gli chiede con fare bonario: “tagliato i baffi stamattina? Guarda, ti stan proprio bene!” ; si commuove ascoltando i minuetti a corte; pensa che un sogno così non ritorni mai più; non si tromba nessuna fanciulla approfittando del fatto che è il re perché “il bacio è l’apostrofo rosa tra le parole t’amo e mi piacerebbe fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi”; i potatori potano un albero creando la figura di Ozzy Osbourne e lui non si incazza; insomma Filippo è buono, buono quanto l’altro era cattivo, cattivo.
Ora, questa netta distinzione tra bene e male, separati così in due persone distinte senza sfumature di sorta, all’inizio affascina, ma dopo un po’ dà quasi fastidio.
Esemplifico.
Quando, per una serie di casini, si scopre lo scambio e i due fratelli si trovano faccia a faccia, i moschettieri stanno per menare giustamente Luigi MA Filippo interviene: “ma no, poverino, in fondo è sempre mio fratello”. Ma come poverino? Va ben tutto, ma quello ti ha imprigionato per una vita mentre lui si divertiva a potare glicini, faceva festini tutto imparruccato, ballava balli di gruppo, faceva le orge con le damigelle davanti e dietro tutti quanti, si strafogava di profiteroles mentre tu eri a pane, acqua e desiderio. Poverino? Va beh ma non esiste. Ma una sana ginocchiata sui coglioni ti verrà voglia di dargliela? Un pensiero di ghigliottina, che all’epoca andava forte, ti sfiorerà anche solo per un attimo? Un secondo di “beh, adesso che le cose stan così questa mascherina di ferro dove gliela vogliamo infilare?” ti attraverserà il cerebro? Niente. Gandhi del Seicento.
“Ve l’avevo detto. E’ tanto buono che sconfina nella coglionaggine” – ribadisce Aramis.
Succede di tutto.
Alla fine: Filippo rimane il re e l’altro viene imprigionato “ma attenti a non fargli troppo male, che si trovi bene etc. etc. “ -“Sì, sire, ci penso io… muahahah!” – dice Athos; D’Artagnan muore ma scopre che Filippo e Luigi erano figli suoi perché all’epoca si ingroppava bellamente la regina madre “ e dirmelo prima pareva brutto?”
La conclusione è che il motivo per cui il re che è passato alla storia come il Re Sole viene descritto dagli storici dell’epoca come un dissociato “prima era in un modo e poi è diventato tutto il contrario. Non capiamo un cazzo. Ci penserà Freud tra un po’ di tempo”, è questa vicenda qua del fratello gemello.
E vissero tutti felici e contenti.
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LA CORRISPONDENZA

Donne, detentrici dei cromosomi XX, che lasciano presagire abbondanza di incognite, vi sarà capitato, almeno una volta nella vita, di non corrispondere l’amore di un ragazzo che invece si struggeva per voi.
Vi sarà capitato di certo perché l’amore è un mistero per esploratori, incoscienti, impavidi e uomini di molta fede. Perché se ci si innamorasse di tutti quelli gradevoli alla vista, al tatto o al cervello, di tutti quelli che ci lusingano carezzando il nostro ego, mendicante di attenzioni, di tutti quelli con cui siamo andati al ristorante e al cinema passando una serata quasi più piacevole che se avessimo visto tre episodi di House of Cards di fila, non si profilerebbe mai lo scenario seguente.
Si esce con un ragazzo e tutto va molto, molto bene. Si esce ancora con questo ragazzo e tutto va ancora molto, molto bene. Vi ruba un bacio tra il serio, il faceto, una finta sbronza e un sottile imbarazzo. Non vi innamorate. Però questo ragazzo vi piace. Magari, con il consumarsi di un lauto banchetto di tempo, diventate amici. Ed è bello condividere momenti, risate, impressioni, battendogli un cinque interiore, abbracciandolo con affetto, dandogli una pacca sulla spalla piena di buone intenzioni.
Però non vi immaginereste mai nuda tra le sue braccia, l’intimità con lui vi sembrerebbe la profanazione della piramide di Micerino, parlando col corpo il corpo fa orecchi da mercante e parlando col cuore trovate sempre la segreteria e non vi richiama.
Ma egli, a un certo punto, tra le mille chiacchiere, i film al cinema, le confessioni e il sushi, si dichiara innamorato di voi. Capite che si dichiarerà dal momento in cui rimane in terza con la macchina per più di un chilometro. Non ha intenzione di cambiare marcia. Vuole metterci il doppio per rientrare a casa perché così ha più tempo per trovare il coraggio di dire quello che non gli sembra di poter dire. Perché, effettivamente, dopo il bacio tra il serio e il faceto, non gli sembrava che ne voleste un altro più serio che faceto. Glielo dico o non glielo dico, glielo dico o non glielo dico? “Guarda che la macchina sta andando su di giri…forse dovresti mettere in quarta. Anche perché dietro di noi c’è la fila tipo parcheggio dell’Esselunga”. Lo dice.
Intuisce, dal vostro sguardo che sembra quello di un cane a cui misurano la temperatura, e dal silenzio denso, che era meglio mettere in quarta e smaltire la fila. Dopo l’intuizione però vuole sapere perché non lo amate anche voi. Come se esistesse per davvero una risposta a questa domanda.  “Se io ce l’avessi terrei conferenze dappertutto, avrei scritto un libro famoso quanto “Cent’anni di solitudine”, sarei una guida spirituale e la gente verrebbe a colloquio da me per 100 euro a botta portandosi a casa l’incenso e la maglietta con la scritta “Fate l’amore non giocate a Candy Crush”.
Come si fa a rispondere alla domanda senza avere la minima idea della risposta e soprattutto senza ferire i sentimenti altrui?
C’è un perché anche se non c’è davvero un perché.
Dovrei dire che è stata quella volta in cui siamo andati al cinema a vedere un film di tre ore e non mi hai mollato la mano, MAI, neanche mezzo secondo? La mia mano era sudata come se fossimo in un hammam, ho desiderato di avere i pop-corn liofilizzati perché non riuscivo a mangiarli, non sentivo più l’arto e forse mi faranno il tunnel carpale a causa tua e appena l’ho tolta un dieci secondi, fingendo di spaventarmi approfittando di una sanguinosa sparatoria, tu mi hai guardato con l’espressione di un Labrador abbandonato in autostrada.
Dovrei dirti che quando mi hai mostrato orgoglioso il biglietto del cinema strappato del nostro primo film che hai tenuto pensando che fosse una cosa romantica, io ho sorriso in silenzio e in verità ho pensato: “Cristo santo ma questa è una cosa che non facevo neanche a 15 anni col mio primo fidanzatino. Come posso immaginarti padre dei miei figli, che mi salvi da un rapinatore, che fai mezzo mutuo con me, che guidi l’auto fino a notte fonda perché io sono stanca e dobbiamo tornare da chissà dove, che porti l’acqua quando andiamo a fare la spesa”?
Dovrei dirti che il tuo modo di baciare non era particolarmente piacevole, che puzzi di fumo perché fumi troppo, che c’è un po’ troppa saliva?
Dovrei dire che è stato quando non ti sei preoccupato affatto, o quella volta che ti sei preoccupato troppo, o quella volta che aspetti sempre che sia io a chiamare perché “sai non vorrei disturbare”, o quella volta che l’ultima volta che ero entrata in whatsapp non corrispondeva alla tua e per non sapere te lo sei disinstallato tu?
Vuoi che ti dica la verità invece di dire quella cazzata di “non è scoccata la scintilla”, neanche tu fossi l’accendisigari e io un toscano, e ti faccia un elenco dettagliato degli insignificanti motivi per cui non poteva andare?
E’ tutto questo, centrifugato insieme in un frullato di ragione, e niente di tutto questo, in un frullato di sentimento. In salsa di stupore. Non lo so perché non ti amo. Ma so perché ti voglio bene.”
Da quando si pronunciano queste ultime parole vivrete in un altro pianeta. I cieli si oscureranno, gli iceberg non si scioglieranno più, la luna sembrerà color pistacchio, sparirà l’invidia del pene, rotoleranno delle pietre non si sa perché, forse in onore a Mick Jagger, i pesci voleranno e gli uccelli pure, come sempre.
Da donne con cui era bello, bello, bello tutto, e perfino la tristezza sembrava gaiezza, si diventa appestate.
Niente più parole, film, canzoni, niente più di niente.
Insomma tutta la danza tribale della condivisione, il girotondo delle esperienze insieme si riduceva al fatto che tu volevi trovare il modo per prima o poi chiavarmi.
La variabile è solo P. Ovvero la pazienza che sei disposto ad avere, in misura direttamente proporzionale alla forma del mio culo, per centrare il bersaglio.
E’ comprensibile la delusione da aspettativa disattesa. Da desiderio non sopito. Da amor ch’a nullo amato amar perdona una sega.
Però, se addormentiamo l’orgoglio, dovrebbe rimanere un legame che va oltre i nostri miseri piaceri, oltre un sentimento fuor di controllo e fuor di umana comprensione qual è l’amore.
Ma con gli uomini no. Perché per quanto tu possa risultare speciale, interessante, gentile, sportiva, brillante, geniale, amorevole, dolce, sempre pronta ad esserci, persino sostituzione del portiere nella squadra di calcetto se serve, copertura per i suoi tradimenti “oh, dico che sono con te”-“ok”, non possono prescindere dal fatto che tu possegga comunque una vagina.
“Scusa se te l’ho detto…credevo che anche tu…cioé non ero sicuro…però… Mi hai fatto sentire un coglione”-
“Scusa. Ma ti è andata già bene.
Io mi sono sentita un utero.
E ciò che ci sta intorno”.
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INFILTRAZIONI: THE DEPARTED di SCORSESE

Ieri sera ho visto per la quarta o quinta volta un abbastanza recente capolavoro di Scorsese: “The Departed”.
E’ una meraviglia di film perché ci sono più infiltrazioni lì che nei muri di una casa vecchia e lasciata andare.
Premetto che si comincia subito con un problema: io scambio da sempre Matt Damon e Leonardo Di Caprio. Li trovo simili. Cioè, poi li distinguo, ma devo fare un certo sforzo mentale, e mettermeli nello stesso film, per di più un film in cui ogni due secondi succedono cose e cambiano scenari, equivale a mettermi a fare un sudoku inconscio durante tutto il film. In più Matt e Leonardo qui si scopano tutti e due la stessa protagonista femminile, la psicologa dei poliziotti, che evidentemente ha il mio stesso problema. Li scambia. Poi rimane incinta e non sa di chi.
Comunque, a parte questo mio trascurabile problema personale, c’è Jack Nicholson che fa un boss spietato della criminalità organizzata. Lo fa un sacco bene. Come vengono a lui i pazzi, i pazzi sanguinari, i malvagi, a pochi altri al mondo.
Lui è proprio un boss alla Padrino: tratta le donne come troie ma fa loro bei regali; le donne poi sono effettivamente troie anche se cantano nel coro della chiesa; pippa coca quasi come un rampollo degli Agnelli; ascolta l’opera lirica; fa sesso con l’opera lirica in sottofondo; ammazza persone non senza aver prima spezzato loro il braccio che voglio dire ammazzale senza spezzare loro il braccio, cosa ti cambia?; va a prendersi una cosetta al bar tutto insanguinato e nessuno che gli domandi: “stai facendo i salami?”, “la tua donna non indossa Lines Seta Ultra?”, “stai ridipingendo casa e ti piacciono i colori forti?”, “o sgozzi per caso le persone che non ti pagano il pizzo? No, giusto per sapere perché mi goccioli sul pavimento”; ammazza gente anche se ha solo il dubbio che lo possano tradire ma non ammazza mai le persone che lo tradiscono davvero.
Praticamente:
Matt Damon è un poliziotto ma in verità è un infiltrato di Jack Nicholson, quindi gli passa le informazioni e gli salva costantemente il culo. Leonardo Di Caprio è uno sgherro di Jack Nicholson ma in verità è un infiltrato della polizia e di Alec Baldwin, che c’è sempre nei film americani quando bisogna fare i duri, quindi gli passa le informazioni e si salva il culo.
Jack Nicholson è un boss molto boss ma in verità è un infiltrato dell’FBI quindi gli passa le informazioni (ma quelle poco compromettenti) e si salva il culo.
Vera Farmiga è una psichiatra criminale ma in verità è una zoccola perché si fa infiltrare sia da Matt che da Leonardo e più che salvarsi il culo, lo adopera in altra maniera.
Alla fine tra dubbi, scoperte, rivelazioni, sparatorie lunghe come una puntata intera di CSI, partite di droga, figure di merda dell’FBI, gente cinese che contrabbanda roba senza sottotitoli e noi non si capisce una mazza, chiavate memorabili della psichiatra che indossa mutandine di pizzo coatte, buste da consegnare solo alla morte di Leonardo, prove schiaccianti, la psichiatra davanti e dietro tutti quanti… MUOIONO TUTTI e sopravvive l’attore più cesso di tutto il film, col parrucchino, che aveva fatto un ruolo del piffero che nessuno se lo inculava e che ammazza l’ultimo superstite che rientra a casa con quei sacchetti della spesa sfigati che usano gli americani.
Che ti domandi sempre perché non usino le buste come noi. Con quei sacchetti di carta non ci sta un tubo, ne puoi portare al massimo due e la bottiglia dell’olio è sempre a rischio.
Insomma, non sapremo mai di chi è figlio il figlio della psichiatra, non capiremo come Alec Baldwin possa recitare nello stesso film di un immenso Jack Nicholson senza sentirsi una mezza sega, penseremo che era un film violento, però bellissimo, con una colonna sonora da urlo e la prossima volta che lo daranno in tv lo riguarderemo.
Soprattutto se sull’altro canale fanno “Immaturi” e durante la pubblicità mettiamo là. Allora, dopo un dialogo tra Ricky Memphis e Raoul Bova, anche Alec Baldwin ci sembrerà un dio.

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ODE AL POETA DA SOCIAL NETWORK

O tu che un bel mattino ti svegli illuminato
con simil-aglio in bocca e sguardo spiritato,
senza aver letto mai un scespiriàn sonetto
ti alzi e sei poeta, lo hai sognato a letto;
ti vorrei dir che io sognai d’esser su Marte
mi limonavo Vespa che non era di parte
si andava poi a un rave-party e c’era anche Travaglio,
io cantavo la Tosca senza far niuno sbaglio.
Ergo ciò che sogniamo è spesso una cazzata,
caos da troppo inconscio o da peperonata,
lo so a te sono apparsi il fantasma di Neruda,
la Vergine Divina e persin Moana nuda
a dirti che tu adesso hai un’altra missione
che tu sarai poeta, bardo di professione.
E allora tu cominci ad andare a capo a cazzo
a scrivere d’amore, di vita, di sollazzo,
che il sole splende sempre i cuori a riscaldare,
che gli occhi suoi son belli, profondi come il mare,
che amor ch’a nullo amato non sai che voglia dire
ma che tu sei sensibile, solare e sai soffrire,
che dopo la tempesta arriva il ciel sereno,
che a andar su per il culo si arriva poi al duodeno.
E a me creatura inerme figlia di tempi bui,
arrivan sulla “hòme page” i versi di colui,
che in più si sente triste e genio assai incompreso:
alle sue gran metafore nessuno mai dà peso.
Gli amici, sai, su Facebook talvolta son spietati,
nascosti dietro un nickname, si senton barricati,
però anche tu considera che si nasce signori,
artisti non si è mai, son gli altri a darti i fiori,
d’alloro la corona da sol ti metti in testa,
capisci poi che gli altri possan farti la festa.
E come il micio sa di non esser gattopardo,
il can poeta sente d’essere un bracco bardo.

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TITANIC

Titanic è un bel film, anzi diciamo pure un kolossal, che parla della storia d’amore tra Giacomo e Rosa, oltreché, come suggerisce il titolo, di una nota nave inaffondabile che affonda eccome. Segno che a far gli spavaldi si va a finire molto spesso in mona. Nel caso di Giacomo si va a finire in mona prima che l’inaffondabile affondi anche in senso meno metaforico.
Rosa, che da vecchia potrebbe essere sul genere Margherita Hack ma che da giovane era una fregna da paura, viene rintracciata da esploratori di relitti che trovano un gioiello assurdo che neanche da Cartier e dei suoi ritratti nuda a 17 anni con sotto la scritta “ho 23 anni e sono la nipote di Mubarak”, che gli esploratori di relitti si attaccano subito in cabina tipo calendario di Playboy. Rosa, dopo aver staccato i ritratti e averli messi in borsa, racconta la sua storia.
Rosa, che da giovane assomigliava in maniera impressionante a Kate Winslet, è fidanzata con un totale imbecille di nome Caledonio, detto Cal.
Caledonio la tratta proprio male senza sapere che quello è il primo passo per essere fatalmente cornuti perché una figa così se la tratti male ci mette un attimo a trovarne un altro. Ma se Caledonio lo capisse non sarebbe il totale imbecille di cui si diceva prima.
Infatti lei ne trova subito un altro: Giacomo.
Una sera che Rosa proprio non ce la fa più del totale imbecille, si reca a poppa e medita di suicidarsi gettandosi in mare. A sapere prima che bastava aspettare qualche ora e non ci sarebbe stato neanche bisogno di saltare, ci si risparmiava del casino, ma grazie, se mio nonno aveva le ruote era un carretto.
Mentre Rosa sta per suicidarsi arriva prontamente Giacomo, che assomiglia in maniera impressionante a Leonardo Di Caprio. Lui la salva diventando il suo eroe e contrapponendosi in maniera evidente a Caledonio.
Anche se la nave è grande quanto un arrondissement di Parigi, Caledonio si trova a passare incredibilmente di là.
“Mi hai fatta seguire eh?” –
“No, passavo a poppa per caso. Odio navigare e mi hanno detto che a poppa è il posto più sicuro in caso di naufragio. Ma tanto la nave è inaffondabile”.
Comincia ad aleggiare un po’ di sfiga.
Comunque salva di qua e salva di là, Giacomo, che non è scemo, la tira forte buttandocisi sopra e quando arriva Caledonio non è propriamente facile da spiegare che cazzo ci facevi sopra la sua ragazza. Rosa tenta di spiegare balbettando: “Stavo guardando le eliche…sono un po’ scivolata”. Caledonio fa finta di crederle, si prepara mentalmente alle corna e per ringraziare Giacomo di averla salvata dal guardare le eliche e cadere lo invita a cena. Tanto è un pezzente, non farà altro che una figura di merda con tutti i nobili vari.
Giacomo invece farà una porca figura in smoking perché assomiglia in maniera impressionante a Leonardo Di Caprio mentre Caledonio sembra piuttosto uno col parrucchino. Tutte le donne nobili della nave inaffondabile hanno un palpito dentro ai corsetti e pensano in fondo che i ceti sociali sono una gran minchiata. Tutte vogliono sapere qualcosa della vita di Giacomo ma lui sta sul vago perché in fondo pensa che, a parte la bella Rosa, le altre sono tutte vecchie carampane imbalsamate.
La cena intanto si rivela la cosa più noiosa che Giacomo abbia fatto in tutta la sua vita e anche Rosa preferirebbe in quel momento una ceretta all’inguine piuttosto che star lì tra gente che ha somatizzato una scopa su per il didietro e Caledonio che è simpatico come la scopa in questione.
Così Giacomo e Rosa trasgrediscono alle regole sociali senza che Giacomo sappia nemmeno pronunciare la parola “trasgrediscono” e vanno a divertirsi. Giacomo, visto che sulle navi non c’erano ancora i cinema, le piscine termali, il teatro, le slot machines, vanno a un festone in terza classe con tanta birra, rutto libero e balli irlandesi che balli anche se non vuoi tipo notte della taranta. Lei si diverte come un maiale nel fango, pensa che anche se c’è un po’ zozzo in giro è bello, in fondo i panini più buoni sono quelli che non sai cosa c’è dentro, lui le insegna a sputare e lei si innamora.
Chi non si innamorerebbe di uno che ti insegna a sputare? Umberto Bossi sua moglie l’ha conquistata così.
Rosa adesso sputa meglio di un camallo del porto, che non è propriamente una cosa sensuale, ma tanto per Giacomo quello era più che altro un pretesto per distrarla e guardarle le tette.
E anche Giacomo lì si innamora.
Rosa però, in un afflato di convenienze sociali, non lo vuole più rivedere perché è promessa sposa peggio di Lucia Mondella.
Giacomo se ne va sconsolato.
Tutti e due si lasciano ma sanno che si incontreranno ancora perché il film doveva durare quasi quattro ore, son stati spesi 285 milioni di dollari per farlo e qui siamo solo all’aperitivo.
Giacomo pensa a Rosa e Rosa pensa a Giacomo. Fatalità vuole che le trame dell’amore li portino tutti e due a prua, tutti e due lontani dalla poppa del primo incontro, lei perché lì l’aveva conosciuto, lui perché gliene sarebbe bastata anche solo una.
A poppa in quel momento c’è un tramonto che neanche un quadro impressionista, ed è lì che dopo un “ti fidi di me?” che è rimasto nella storia, Giacomo solleva per i suoi meravigliosi fianchi Rosa, le si mette dietro, le apre le braccia tipo apertura alare del falco pellegrino e le fa prendere tanto vento quanto non ne ha mai preso, facendola sentire la regina del mondo. A quel punto parte in sottofondo una canzone che ha avuto il potere di trapanare i coglioni per anni a tutti; una canzone che ha imperversato nei karaoke di tutto il mondo cantata da fanciulle che più che Céline Dion ricordavano gatte stritolate per errore in una porta. Ma a Rose, dopo la gara di sputi, evidentemente il genere “borazzo” piace. Pensa che queste sono obiettivamente cose che ti segnano, che fanno finire in bellezza una giornata di merda e lui, per la seconda volta, diventa il suo eroe, altroché Caledonio.
A quel punto, con Giacomo di dietro che si giustifica: “Ti giuro che son le chiavi grandi della cabina”, Rosa, avverte improvvisamente che questo ragazzo ha grandi potenzialità, e, visto che Caledonio le preferisce il suo amico poliziotto, timidamente propone: “Guarda… è davvero bello fare la regina della prua però…sputare abbiam sputato, ruttato alla festa abbiam ruttato…perché non vieni in cabina da me che visto che c’hai mano mi fai un ritratto nuda?” Giacomo inghiotte vistosamente un metro cubo di saliva: “Orcocan! Subito!”
Giunti in cabina lei si spoglia. Rosa è davvero di una bellezza luminosa e straordinaria.
“Cosa ne dici, amore, se mi metto addosso il regalo di fidanzamento di quel totale imbecille di Caledonio?” – “Ahahahahahah! Che stronza! Sì, sì, dai!”.
Giacomo ritrae così Rosa tutta ignuda in un trionfo d’amore e giovinezza con il gioiello al collo del suo fidanzato cornuto. I secoli passano ma le leggi universali tessono, incessanti, trame senza tempo.
Dopo un po’ l’amico poliziotto di Caledonio, sguinzagliato alle calcagna di Rosa perché Caledonio sarà anche un totale imbecille ma qualcosa aveva intuito e le corna non piacciono a nessuno, li becca insieme. Rosa e Giacomo scappano, prendono ascensori, attraversano ponti, rovesciano vassoi di camerieri chiedendo scusa, finché riescono a sfuggirgli nascondendosi nella stiva dove ci sono le auto dei ricchi.
Dentro a una di queste auto succede quello che era nell’aria già da tempo. Rosa e Giacomo si amano come si amano solo i grandi amori, quelli che si amano già al solo sentire la pelle dell’altro che razza di effetto fa alla propria, quelli che si amano già solo guardandosi negli occhi, ma già che son lì si amano proprio con tutto quello con cui si può amare, in una scena rimasta memorabile.
Lui suda come un egiziano che sta costruendo la piramide del faraone e lei, all’apice del piacere, piacevolmente constatando che le potenzialità di Giacomo ora sono certezze, dà una smanazzata assurda sul finestrino dell’auto lasciando una inequivocabile impronta. Giacomo la guarda colmo d’amore negli occhi, la sente fremere e con i suoi vent’anni si sente giustamente Dio.
Siccome questa scena ha segnato un’intera generazione di adolescenti, la mia, e siccome la smanazzata sul vetro voleva dire che Giacomo non aveva nulla da imparare da Rocco Siffredi, tutti i ragazzi in macchina hanno poi cercato di ricreare la scena. Ma quella condensa sembrava impossibile da ricreare: si respirava per sette ore chiusi in auto, si fumavano sette pacchetti di sigarette, si accendeva la ventola a caso. La perfetta condensina che permetteva la smanazzata di Rosa non è stata mai raggiunta da nessuno. E così la fidanzatina non lasciò mai inequivocabili impronte su vetro da far vedere agli amici.
Mentre Giacomo e Rosa si rivestono, dopo aver rimescolato entrambi le carte del loro destino, sfrontati e incoscienti come si è solo per un certo periodo della vita, la nave inaffondabile, inebriata da tutto quell’amore, si accoppia violentemente con un iceberg.
Tutti i membri dell’equipaggio rimangono interdetti:
“Scusa, Toni, ma tu non eri quello che fiutava gli iceberg?” –
“Sì, ma ho un po’ di allergia”.
Arriva il capitano con costruttori e parenti tutti:
“Scusa, Toni, ma tu non eri quello che fiutava gli iceberg?”-
“Sì, ma…l’allergia…”.
Silenzio.
E’ colpa mia, è colpa tua, è colpa di tua nonna, e tu volevi arrivare prima per fare lo splendido a New York, e sì va beh ma non vuol dire che per fare prima bisognava spalmarsi addosso a un iceberg, e allora non va mai bene niente, guidala tu la nave se sei tanto bravo, e chiudi un compartimento, aprine un altro, fai una giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, vira a tribordo, finiremo tutti surgelati, zitti tutti e sentiamo il costruttore che ha costruito la nave inaffondabile”.
Silenzio.
“Beh…tecnicamente…cioè…sarebbe…teoricamente…inaffondabile…ma…secondo…i miei calcoli…”
Silenzio.
“ecco…”
Silenzio.
“Affonda.”
Silenzio.
“Tra poco.”
Silenzio.
A quel punto la nave inaffondabile, anch’essa preoccupata della sua stessa fine “Io lo sapevo che portava sfiga chiamarmi così, l’uomo deve sempre fare il megalomane, potevo fare tante belle traversate dell’oceano con i delfini a fianco e giovani ragazzi facenti l’amore nelle mie stive e devo finire sotto al mare, arrugginita a far da sfondo scenografico ai paguri”, comincia a imbarcare acqua.
Quelli della terza classe, quando l’acqua arriva alle caviglie, cominciano ad intuire qualcosa, non può essere evidentemente un tubo rotto e seguono i topi che scappano perché i topi sì che sanno istintivamente dove andare. I topi si accorgono di essere seguiti e parlottano tra loro: “Dunque…gli umani debellano le malattie usandoci come come cavie e adesso dobbiamo anche indicargli la via della salvezza? Ma che si arrangino! Portiamoli dalla parte sbagliata!” – “Giusto!” – “Giusto!”.
Nel trambusto generale, perché ora anche ai piani alti si comincia a pensare che la nave inaffondabile stia avendo qualche problemino, insospettiti anche dal fatto che sul ponte ci sono pezzi di ghiaccio grandi quanto un divano e diventa sempre più difficile credere ai camerieri che, con la faccia atterrita, sostengono che è il blocco di ghiaccio per servire in serata le granite, menta o tamarindo, signore?, Giacomo e Rosa, belli beati e fumanti una sigaretta, vengono infine beccati dall’amico poliziotto di Caledonio e portati da lui in cabina.
Siccome Caledonio è un totale imbecille, invece di occuparsi della nave, anche perché tra poco non ci sarà più una nave, incastra Giacomo per furto e lo fa ammanettare a un tubo.
Si crea subito una situazione difficile.
Rosa, ora che sa farlo, sputa in faccia a Caledonio e scappa per andare a liberarlo.
Ormai l’avventura è agli sgoccioli. La nave inaffondabile sta per tirare le cuoia, non senza tentare eroicamente di resistere, con un boato dedicato al costruttore che risuona come un “vaffaaaancuuuuloooo”.
I musicisti suonano, il costruttore guarda il cielo, Caledonio si imbuca in una scialuppa e il capitano, scuotendo il capo, va incontro consapevolmente e con coraggio a fine certa.
Insomma la nave inaffondabile, dopo l’ultimo lamento, soccombe. Affonda. S’inabissa nel gelido mare d’aprile che là al Nord non perdona.
Chi era un eroe, eroe è stato, chi era un codardo, codardo è stato, chi ha rimpianto di essersi imbarcato, chi come e Giacomo e Rosa quel giorno l’ha comunque ringraziato.
Rosa rinuncia alla salvezza certa di una scialuppa per stare con l’altra metà del suo cielo.
Nuotano tutti e due in acque in cui anche gli orsi polari avrebbero qualche difficoltà, finché Giacomo scorge una testiera di legno che galleggia.
La testiera del letto non può sostenere il peso di tutti e due.
Rosa sale sulla testiera e si sente in colpa.
Giacomo rimane attaccato immerso nell’acqua e si sente un po’ in ipotermia.
Resisti, Giacomo, ti amo, Giacomo.
“Eh, amore mio, se fossi un elefante marino o un’orca ti direi anche che potrei resistere, ma mi sa che non ce la faccio mica”.
Giacomo muore e si surgela come un merluzzo Findus.
E’ morto da neanche trenta secondi, che Rosa lo caccia giù in mezzo alle tazzine da caffè della nave inaffondabile, con ciò che sembra eccessivo zelo nel dargli degna sepoltura.
Alla fine Rosa si salva fischiando con un fischietto e attirando l’attenzione di una buon’anima che con la scialuppa era tornata indietro a cercare eventuali sopravvissuti.
Rosa non tornerà mai più dal totale imbecille e pure infame di Caledonio, si farà chiamare col cognome di Giacomo e ci farà commuovere insegnandoci che conviene vivere l’amore senza paura, perché l’eternità è un’illusione, e anche se ci dicono che la nave è inaffondabile la verità è che una menzogna non costa niente, che per quel che ne sapevamo la Terra era piatta e che a volte un giorno così non ritorna mai più.

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FACEBOOK, FACEBOOK SEMPRE, FORTISSIMAMENTE FACEBOOK

  • DOMENICA: La gente posta cose da mangiare.
    Molto in voga i funghi, bistecche al sangue molto alte, cacciagione con polenta, dolci molto allettanti con grandi fragole o grandi nuvole di panna montata.
    LUNEDI’: La gente posta aforismi tristissimi sul peso dell’esistenza. La maggior parte dei link contiene errori grammaticali insostenibili ma il messaggio sembra essere più importante della forma. Inspiegabile perché il creatore di link non controlli bene prima di postare qualcosa e non faccia un salto su Google visto che ci si va anche per sapere che tempo fa piuttosto che andare alla finestra che è meno comodo.
    MARTEDI’: La gente posta aforismi tristissimi sull’amore.
    Spesso i dubbi sulle corna del partner, che domenica ha postato sulla bacheca la cacciagione con polenta scrivendo: “eccomi ad Asiago con mio cugino senza la mia puffetta che amo tanto anche se oggi la lascio da sola” ma che, con la rilevazione GPS, risulta essere stata postata da Ceregnano che non è proprio un posto dove si mangia cacciagione con polenta per non dire che non è proprio Asiago, divengono realtà dopo aver sentito lunedì il peso dell’esistenza più del solito e aver controllato tipo Mata Hari il cellulare del cacciatore in montagna con polenta scoprendo un messaggio di Svetlana: “amòre anche se no è Asiago tuo fagiano è stato grando anche in pìcolo paese di provincia dove tuo amico aveva casa libera. Lui tanto gentile. Pròsima vòlta faciàmo cosa a tre orsachiòto puciòso.”
    MERCOLEDI’: La gente posta la recensione di film a notte fonda e/o la colonna sonora del film della recensione sempre a notte fonda.
    Perché il mercoledì il cinema costa meno e bisogna portare l’amica a guardare un film strappalacrime sul tradimento chiedendole in lacrime e per sei ore e mezza come sia possibile che lui mi abbia tradito con una ballerina di lap-dance.
    “Perché ha un bel culo. E comunque lui è sempre stato stronzo. Lo sapevano tutti tranne te.”.
    GIOVEDI’: La gente posta messaggi personalissimi che possono capire solo due o tre persone. A volte solo una.
    “Bella amica di merda.” – “Sei più troia della ballerina. Chi ha orecchie per intendere intenda gli altri non osino commentare” – “A me la polenta fa schifo” – “Sono triste e so io perché”.
    Inspiegabile l’esigenza di condividere questo, anche perché se uno risponde, per non saper né leggere, né scrivere, un cauto e prudentissimo: “ma dai su con la vita”, si sente rispondere: “ma che cazzo vuoi? Tu non sai niente di quello che mi è successo, come ti permetti di venire qua a scrivere cazzate?”. E va beh ma allora tu non postare ‘ste cose. Uno dice una genericata per rendersi utile…
    VENERDI’: La gente posta qualcosa che lasci presagire week-end meravigliosi e aperitivi interminabili.
    Si pronosticano soggiorni in resort giocando a golf e immergendosi in piscine termali; si prevedono letti a baldacchino con sottintese epiche trombate; si prenotano last-minute alle Maldive sì ma per due giorni? beh e allora? Arrivo, mi mangio un’aragostina e torno. Si mettono in preventivo ciaspolate, pattinate, sciate, slittinate, cavalcate, surfate, scampagnate, passeggiate.
    Si scrivono cose tipo: “non puoi mancare all’aperitivo positivo” – “andiamo a fare il sushi-aperitivo tutti insieme alla faccia della dissenteria da pesce crudo” – “aperitivizziamo dalle 17.30 alle 3 di notte e ci facciamo fotografare ogni 7 minuti con sguardi trucidi, mento abbassato, labbra imbronciate e il segno della vittoria con le dita manco fossimo marines.”
    SABATO: La gente posta qualcosa che lascia intendere che il meraviglioso week-end pronosticato il venerdì sarà in realtà un week-end di merda.
    “Col cavolo che non ci è venuta la dissenteria col pesce crudo.” –
    “Ho sette lavatrici da fare, 28 camicie da stirare, lui è bravo a dire facciamo la ciaspolata. Se si potesse stirare ciaspolando con un ferro da stiro wireless o si offrisse lui di farlo alzandosi domani alle 4 del mattino magari…” –
    “Lui ha tre linee di febbre e si lamenta come un Labrador che sta partorendo.” – “Le Maldive era in realtà un bed and breakfast a Granzette ecco perché il pacchetto era di due giorni” –
    “Niente epica trombata. Starò a casa a passare l’aspirapolvere dappertutto. Lui mi ha detto che aveva promesso da tempo a suo cugino di andare ad Asiago a mangiare cacciagione con polenta.
    Va bene, puffetto, dai, per stavolta…con tutte le sere che torni tardissimo da lavorare te lo meriti”.
    ALMANACCO dice:
    Svetlana è un apostrofo rosa tra le parole p’alodilapdance.
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